
41° RAPPORTO CENSIS: SANITÀ A DUE VELOCITA'
Nella notte tra venerdì e sabato 8 dicembre, giorno dell'Immacolata Concezione, la commissione Bilancio della Camera ha varato la Finanziaria del 2008, introducendo come novità 'Mister Prezzi', vale a dire la figura del garante per la sorveglianza dei prezzi al consumo. Proseguirà, nei prossimi giorni, l'iter parlamentare per approvarla entro Natale. Giorni di fuoco per Governo e maggioranza: da un lato la Finanziaria, dall'altro il dibattito, acceso più che mai, sulle politiche complessive per il Welfare, un dibattito che divide tutti: pezzi di maggioranza e pezzi di opposizione.In questo clima rovente, con minacce di crisi di governo ormai non più a giorni alterni, ma a ore alterne, piomba come un macigno il tradizionale Rapporto annuale del Censis, il 41° della Fondazione di Giuseppe De Rita. Un Rapporto che, a differenza di quello dello scorso anno, in cui il Censis aveva delineato un'Italia in ripresa, a scanso di errori clamorosi, quest'anno descrive un Paese di nuovo ripiegato su se stesso, con una società che si presenta come "una mucillaggine sociale che inclina continuamente verso il peggio, desublimando ogni valore collettivo".
Una realtà, quella italiana, che si presenta come un "insieme inconcludente di elementi individuali e di ritagli personali, indifferente a obiettivi di futuro". Ripensando ai Rapporti degli anni '90, torna in mente di nuovo l'immagine di un Paese 'claudicante', in cui la ripresa economica c'è, si conferma anche quest'anno, anzi, è una "buona ripresa", ma incapace di diventare "sviluppo di lungo periodo".
Conoscendo la meticolosità di analisi di Giuseppe De Rita e del gruppo di ricercatori sociali che lo supporta, a leggere le 'considerazioni generali' che quest'anno accompagnano il Rapporto del Censis, vengono i brividi solo a pensare come questo nostro Paese si confermi essere un coacervo di potenzialità inespresse, di opportunità svanite, un Paese in cui la crisi di fiducia in se stesso, nelle Istituzioni, nella politica e nei partiti travolga di fatto tutto e tutti, anche le reali possibilità di crescita economica e sociale. Un Paese bloccato da "una pigrizia fisica e psicologica endemica", nonché da egoismi e personalismi che mandano in dispersione una visione complessiva della società, che dovrebbe essere la base solida per un futuro da costruire e non soltanto da immaginare.
In questo realistico scenario di speranze deluse, di opportunità mancate e di chiusura nel guscio della società, delle famiglie e dei singoli, non deve meravigliare che poi il Paese si confermi essere così anche se analizzato in singoli segmenti della sua realtà sociale. Per le caratteristiche di questo portale e per l'orizzonte di interessi della FNOMCEO, ci concentriamo volutamente su un particolare segmento, quello del Welfare e della Sanità.
La salute che c'è, la salute che manca: tra Nord e Sud il baratro
E anche qui non c'è da stare allegri. E, purtroppo, quest'anno il Rapporto del Censis per la Sanità non è tanto da commentare quanto da citare. Ecco la prima mazzata: "Il quadro che emerge evidenzia un gradiente negativo Nord-Sud con un tendenziale peggioramento della situazione della salute dei cittadini residenti man mano che si procede verso le regioni meridionali, nonostante la struttura per età della popolazione, che determina un peggioramento degli indici di morbosità e mortalità all'aumentare del tasso di invecchiamento, tendenzialmente più elevato al Nord ed al Centro. A fronte del rapido invecchiamento del Sud la significatività della variabile demografica comincia a mostrare la corda, mentre acquistano peso altre determinanti legate ad esempio alla prevenzione, più diffusa al Nord, ed emerge il peso della crescente omologazione del meridione rispetto a stili di vita a rischio e problemi di impatto ambientale fino ad oggi appannaggio delle aree settentrionali".
Si conferma pertanto un fenomeno per il quale nel Sud si importano soltanto abitudini, mode nel senso di griffes, e, in maniera replicante, stili di vita del più avanzato Nord, ma desolante è invece il paragone in termini di crescita economica, in termini di occupazione, in termini di legalità.
Dice il Censis: "La vecchia dicotomia Nord-Sud, in cui si descrive un Mezzogiorno caratterizzato da una popolazione più giovane e quindi tendenzialmente più sana nonostante un livello di offerta meno soddisfacente, a fronte di un Centro-Nord in cui la variabile demografica pesa in modo decisivo, appare sostanzialmente superata. I livelli di offerta sembrano ricalcare quelli della situazione socio-economica, e non appaiono in grado di mitigare gli effetti della differenza delle condizioni sociali di partenza, creando una sorta di effetto di rinforzo, ad ulteriore testimonianza dei problemi di equità nell'accesso alle cure e nell'esercizio del diritto alla salute dei cittadini residenti nel meridione".
Appare evidente, pertanto, che il superamento dei divari, troppi divari, tra il Sud del Paese e il Centro-Nord sia da collocare tra le priorità dell'agenda politica, anche rimanendo sul piano della piena applicazione delle leggi e delle normative esistenti, che però vanno, giustappunto, applicate. Quindici anni di devolution nella Sanità italiana non possono essere trascorsi invano. Secondo i ricercatori del Censis, "risultano oggi quanto mai necessari interventi e strumenti mirati a mettere a regime un sistema di governo condiviso tra Ministero e Regioni. Il Patto per la Salute rappresenta una delle pietre angolari di questo nuovo equilibrio, a partire dalla gestione economica e finanziaria dei servizi sanitari: contestualmente ad un adeguamento delle risorse messe a disposizione del SSN, prevede infatti un assestamento della spesa complessiva sulla base di obiettivi concordati con le Regioni, pienamente responsabilizzate dal punto di vista finanziario, e similmente la gestione dei Piani di rientro rappresenta un esempio concreto degli esiti di questo modello sul nuovo governo della spesa.
Questi interventi mirati al riequilibrio richiedono necessariamente strumenti finalizzati alla lettura e al confronto dei dati, e alla costruzione di standard e di procedure trasferibili e condivisibili: il progetto "Mattoni Ssn", a partire dalle esperienze delle Regioni, ha posto le basi per una armonizzazione della classificazione dei servizi offerti, e dunque per la realizzazione di un sistema informativo sanitario (Nsis) che supporti in modo efficace le politiche sanitarie a tutti i livelli.
Nel chiudere il cerchio del nuovo modello di governo condiviso - afferma il Censis - gioca a questo punto un ruolo fondamentale il SIVeAS, il sistema nazionale di verifica e controllo sull'assistenza sanitaria, strumento del Ministero per la verifica che ai finanziamenti erogati corrispondano servizi per i cittadini, e che i servizi erogati rispondano a criteri di efficienza e appropriatezza.
Nel processo di evoluzione del Ssn, la fase attuale si caratterizza quindi in modo netto come un momento di riformulazione e di rilancio delle funzioni del livello centrale, che prevedono però una costante concertazione con i livelli locali, in una rinnovata vocazione alla trasversalità ed alla condivisione delle responsabilità".
I 'percorsi positivi' per la cura dell'Alzheimer
Il Censis indica poi come esempio positivo di assistenza territoriale, con capacità di coinvolgimento delle famiglie, la rete di assistenza per gli oltre 500 mila malati di Alzheimer, anche se si pone il problema di una compensazione di questo peso eccessivo sulle famiglie. Da un ricerca recente AIMA-CENSIS, emergeva, ad esempio, la seguente situazione: "La delega alla famiglia dei compiti di cura ed assistenza del malato di Alzheimer ha peraltro un costo sociale enorme, la stima del Censis, realizzata a partire dalle indicazioni del campione nazionale di caregiver intervistato, fa riferimento ad un Costo Medio Annuo per Paziente (Cmap), comprensivo sia dei costi familiari che di quelli a carico della collettività, di circa 60.900 euro. Determinando una situazione in cui il costo pesantissimo posto in capo ad essa può essere mitigato solo attraverso una vera e profonda revisione del modello delle cure: ecco perché in merito al modello auspicabile di servizi l'opzione prevalente tra i caregiver (53,3%) è per la rete di servizi, articolata e gratuita su cui poter contare, una sorta di intervento modulare che mitighi senza sostituire la delega alla famiglia ma la renda più tollerabile e proficua".
Di vero e proprio rilancio c'è bisogno invece nel rapporto tra medico e paziente, aspetto, questo, ripetutamente setacciato dal Censis negli anni scorsi, anche attraverso i Forum per la ricerca biomedica.
Rapporto medico-paziente da rilanciare, un freno agli errori
Si tratta, in altre parole, di superare la crisi e avviare il rapporto medico-paziente su livelli più alti e condivisi, con momenti di maggiore partecipazione e coinvolgimento nell'affrontare patologie più o meno complesse. Determinante, negli ultimi anni, è stata la funzione svolta dai media, in termini di informazione fornita in dosi massicce, a volte stressata, a volte imprecisa, comunque tanta. Dice il Censis: "I media in generale costituiscono per gli italiani fonte costanti e diffuse di informazioni, in particolare il web (sul quale cerca informazioni sanitarie il 25,2%) rappresenta un database pressoché illimitato di notizie. Con questo bagaglio, seppure talvolta impreciso, i cittadini si dispongono ad un confronto ed a un modello di interazione più paritario. Per la maggioranza di italiani (55,9%), intervistati nell'ambito della ricerca Censis-Forum BM 2007, il modello vincente di relazione medico paziente è infatti quello della condivisione del processo decisionale, mentre il 10,0% indica addirittura che sarebbe preferibile una torsione del rapporto, per cui al medico spetterebbe solo il compito di illustrare le differenti opzioni terapeutiche, lasciandone invece al paziente la scelta".
Particolare rilievo assume, in questo quadro, il tema del ruolo del medico e del come vengono affrontati gli errori in medicina. "Si registra da una parte il disagio dei medici, che guardano con preoccupazione alle istanze di autonomia decisionale dei pazienti e denunciano spesso una frustrazione per lo svilimento della propria professione che si mescola a desideri malcelati di fughe all'indietro ed alla "nostalgia" per scenari passati in cui il sapere dell'unico "vero" esperto della salute era indiscutibile (come emerso dalle indagini qualitative del Censis-Forum BM del 2007) - afferma il Censis - sia nei pazienti stessi che valutano con crescente preoccupazione l'eventualità di errori sanitari". E sugli errori medici, il Censis richiama lo studio pubblicato nel gennaio 2006 da Eurobarometro, secondo cui "il 97% degli italiani ritiene infatti che gli errori sanitari rappresentino un problema molto o abbastanza importante nel Paese. E' un dato particolarmente significativo, specie se confrontato con la media dei 25 Paesi della Ue, pari al 78%, e ancor più sintomatico di un disagio fondamentalmente culturale laddove si osserva che l'esperienza, diretta o indiretta, di errori medici non risulta più alta in Italia che nel resto dell'Europa a 25 (è il 18% dei rispondenti italiani, pari alla media europea, a sottolineare di aver subito in famiglia un grave errore medico durante un ricovero ospedaliero). Un quadro così caratterizzato evidenzia chiaramente la necessità di una riformulazione dei ruoli, nella quale la centralità e l'insostituibilità del sapere del medico deve necessariamente riuscire a declinarsi con il diritto dei pazienti a conoscere e condividere le scelte terapeutiche".
Il rischio della solidarietà selettiva
Ma se è vero che il paziente si trova ad avere un rapporto 'frontale' con il proprio medico di famiglia e quindi con i medici specialisti o con ospedali e strutture sanitarie in generale, è altrettanto vero che in un Paese rivolto verso se stesso, anche il cittadino incontri le maggiori difficoltà nel rapporto con le Istituzioni o con il 'sistema', come si diceva una volta. Il Censis segnala pertanto il rischio incombente di una 'solidarietà selettiva', fenomeno così rappresentato: "Quasi il 69% degli italiani ritiene che in caso di bisogno si può contare sull'aiuto degli altri, mentre l'idea che la cooperazione tra persone sia un portato della natura umana trova l'accordo di oltre il 75% degli italiani.
Trova così conferma l'esistenza di una intensa relazionalità orizzontale nel nostro Paese - spiega il Censis - mentre è molto meno intensa la partecipazione dei cittadini ai problemi della comunità, visto che è il 17,9% dei cittadini che dichiara di organizzarsi, spesso o molto spesso, con gli altri per risolvere un problema comune. Negli ultimi anni si sono invece moltiplicati i movimenti di cittadini centrati sulla autotutela della propria sicurezza.
In questo quadro, si è consolidata la percezione del nesso tra insicurezza e immigrati: infatti, è il 50% dei cittadini a fare propria questa idea, mentre la media europea dei 25 Paesi è pari al 42% (tab. 7).
Solo una minoranza di cittadini italiani (35%) ritiene che gli altri gruppi etnici arricchiscano la vita culturale del nostro Paese (54% è il dato medio europeo).
Alla diffusione di questa sfiducia nel diverso, contribuisce la percezione di vulnerabilità socioeconomica: il 21% dei cittadini italiani dichiara di sentirsi fuori della società, messo ai margini, dato che risulta molto più elevato della media europea, mentre il 36% ritiene di essere direttamente a rischio di cadere in povertà nel corso della sua vita ed il 55% che chiunque è a rischio nella propria vita a cadere nella povertà".
Le tante povertà: il Sud arranca sotto il peso delle mafie
Di povertà in povertà, intesa ovviamente non soltanto in termini economici, emerge quest'anno in tutta la sua drammaticità la condizione di un Paese drammaticamente spaccato lungo un'ideale linea di divisione che passa per Cassino. Conferma il Censis che nelle regioni meridionali (Sicilia, Calabria, Puglia, Campania e Lucania) la presenza delle mafie continua a zavorrare l'economia del Sud, come già denunciato nel rapporto annuale del 2005, quando, in riferimento a un'indagine del 2003, il Censis valutava il volume di zavorramento delle mafie sull'economia del Sud in 7,5 miliardi di euro all'anno, fenomeno che, se non fosse esistito, avrebbe consentito al Sud di avere, negli ultimi trent'anni, un tasso di crescita economica addirittura superiore al Centro Nord del Paese.
Una presenza invasiva e pervasiva quella della criminalità organizzata, che si estrinseca sempre più con il fenomeno del racket e delle estorsioni nei confronti di esercizi commerciali e di imprese. Senza entrare nel dettaglio dei singoli dati, la sintesi fornita dal Censis sul rapporto criminalità-imprese è devastante: "Rispetto alla consistenza dei reati tipici della criminalità organizzata, dall'ultima indagine si rileva una preoccupante presenza di attività estorsive ai danni delle imprese, per cui un imprenditore su tre dichiara che il racket nella propria zona di attività è molto o abbastanza diffuso (33,1%). Si noti come dall'indagine precedente sia aumentata questa percezione: nel 2003 era il 25,6% a pensarla in questo modo. Aumenta anche la percezione della presenza di usura: il 39,2% degli imprenditori ritiene che nella zona dove esercita la propria attività il reato sia molto o abbastanza diffuso. Anche qui si registra un consistente divario con l'indagine del 2003, quando il 14,5% degli imprenditori aveva una percezione chiara dell'usura. Assumono anche maggiore importanza fenomeni di distorsione della concorrenza più difficili da cogliere, attraverso i quali la criminalità organizzata impone la fornitura di beni o di manodopera, acquisisce il controllo diretto di talune aziende, interviene sul mercato attraverso imprese destinate al riciclaggio di denaro e opera nel sistema degli appalti pubblici, inficiando il corretto svolgimento degli stessi".
Reazioni positive dallo Stato e da Confindustria
Valuta positivamente, il Censis, come risposta a questa autentica piaga delle mafie, i protocolli per la legalità e la sicurezza sottoscritti dal Ministro dell'Interno Giuliano Amato con l'ANCI, l'Associazione Nazionale dei Comuni Italiani, e poi con i Sindaci di importanti città e aree metropolitane del Mezzogiorno. E, combinazione vuole, che mentre il Censis confermava tutta la drammaticità della situazione socio-economica del Sud, il segnale più forte proveniva, quasi nelle stesse ore, dalla Sicilia, dove Confindustria, dopo aver adottato la drastica decisione di espellere dalla propria associazione gli industriali dediti a pagare il pizzo alle cosche, ne ha espulsi effettivamente i primi individuati, dando così un contributo simbolico e non solo, all'affermazione della cultura della legalità, esempio che, si attende, sia seguito anche in Calabria e in Campania. Si è registrato, su questo fronte, l'impegno diretto del Presidente di Confindustria Luca Cordero di Montezemolo.
Alcuni sillogismi, seppure coniati da intellettuali meridionalisti, secondo i quali l'Italia non può crescere senza il Sud e il Sud non può crescere se non si libera dalle mafie, trovano conferma nel 41° Rapporto del Censis, soprattutto nelle citate considerazioni generali di De Rita, che pur dipingendo un Paese reclinato su se stesso, pur disapprovando appiattimenti e conformismi della maggioranza degli italiani, dediti ognuno a pensare a se stesso, indica comunque che non va smarrita la speranza di un riscatto, di una nuova vitalità che può provenire soltanto da alcune minoranze. Ed è, questa, l'indicazione veramente innovativa del Censis, quest'anno. Dice De Rita: "Se vale lo schema, le offerte innovative devono supportare l'avventura personale e promuovere l'ampliamento degli scambi relazionali".
De Rita: minoranze attive per battere ignominia intellettuale e noia
"E' un'offerta, va sottolineato subito, che può venire solo dalle nuove minoranze attive: la minoranza che fa ricerca scientifica e innovazione tecnica è orientata all'avventura dell'uomo e alla sua potenzialità biologica; la minoranza che, nella scia della minoranza industriale oggi rampante, fa avventura personale e sviluppo delle relazioni internazionali (si pensi ai giovani che studiano o lavorano all'estero, ai professionisti orientati ad esplorare nuovi mercati, agli operatori turistici di ogni tipo; la minoranza che ha compiuto un'opzione comunitaria, cioè ha scelto di vivere in realtà locali ad alta qualità della vita; la minoranza che vive il rapporto con l'immigrazione come un rapporto capace di evolvere in termini di integrazione e coesione sociale; la minoranza che si ostina a credere in una esperienza religiosa insieme attenta alla persona e alla complessità dello sviluppo ai vari livelli; e le tante minoranze che hanno scelto l'appartenenza a strutture collettive (gruppi, movimenti, associazioni, sindacati, ecc.) come forma di nuova coesione sociale e di ricerca di senso della vita. Sembra, e forse lo è, un'indicazione segnata da una logica minimalista - spiega de Rita - lontana dalla nobile consistenza degli obiettivi di sistema che hanno caratterizzato gli ultimi decenni. Ma è bene ricordare che oggi abbiamo il problema di innescare processi di lenta ma profonda evoluzione: solo le minoranze possono trovare la base solida da cui partire, possono fare innesco di nuovi processi sociali sfuggendo alla tentazione del breve termine e quella di diventare la maggioranza che fa e governa il sistema. Chi crede oggi, sic et simpliciter, nel rilancio dell'azione per il Mezzogiorno, nel rafforzamento delle funzioni e dei poteri europei, nelle battaglie per una più o meno rivoluzionaria giustizia sociale, eccetera? Bisogna andare al resistente, magari piccolo, fondo di rifiuto dell'inclinazione al peggio, da cui può iniziare un faticoso percorso di nuova costruzione, dove la persona e gli scambi relazionali hanno peso strategico. Occorrono altre minoranze capaci di incidere sulla consuetudine regressiva". Invita De Rita a una "sfida faticosa, che le citate diverse minoranze dovranno verosimilmente gestire da sole. Ma sfida desiderabile, per continuare a crescere forse anche con un po' di divertimento; sfida realistica, perché non si tratta di inventare nulla di nuovo ma di mettersi nel solco di modernità che pervade tutti i paesi avanzati (e che considerano oggi moderni i processi che noi consideriamo regressivi, dal mix etnico alla patrimonializzazione, dal calo demografico all'appiattimento del ceto medio); ma specialmente sfide necessarie, assolutamente necessarie per allontanare da noi un'inclinazione al peggio che oggi ci fa rasentare l'ignominia intellettuale e un insanabile noia".
Mai come quest'anno ci si aspettano pronunciamenti importanti su questo Rapporto, perché non cada nel vuoto. I segnali sono talmente importanti e inquietanti che ne dovrebbero parlare il Presidente della Repubblica, il Presidente del Consiglio, il capo dell'opposizione, la politica, perché una volta possa essere scritta con la 'P' maiuscola, i partiti, ai quali si chiede di guardarsi dentro e trovare in se stessi la forza di reagire per rimettere in moto il Paese, perché diventi un 'Paese normale'. E questa è una posizione di aspettativa civile. Non è vuoto attendismo, di cui non se ne sente il bisogno.